Flags of our fathers – Letters from Iwo Jima

5 02 2010

Finito di vedere il secondo film del dittico ho voluto colmare la mia lacuna sull’isola sacra per il Giappone almeno fino alla 2a guerra mondiale. Le storie sono ambientate quindi a sud dell’impero nipponico, a metà strada con le Filippine. Lì è iniziata una battaglia sanguinosa per dare un colpo morale al Giappone. Clint Eastwood, con Steven Spielberg, anche lui interessato alle vicende, ha deciso però di non guardarla da un solo punto di vista ma di prendere in esame anche ciò che hanno fatto i giapponesi; si è trovato tanto materiale filmato, mi pare, da farne due film, il primo con gli occhi dei vincitori, l’altro con quelli degli sconfitti. Solo che il regista, oltre alla conquista dell’isola, prende in esame ciò che è accaduto dopo la famosissima foto dell’innalzamento della bandiera su Iwo Jima, per Flags of our fathers. La vicenda era nelle sue corde, quindi segue tre soldati rispediti in patria per raccogliere soldi per un paese in bancarotta, in cui i cittadini non credevano alla guerra. Non è tutto come sembra, e basterebbe la faccia di Ira, l’indiano, per capire da che parte stare: lo sforzo bellico era necessario, ma i mezzi per raggiungere la vittoria a volte non erano tanto limpidi, ma quasi truffaldini. A volte servono degli eroi, certo, ma le storie vengono montate ad arte per altri scopi…

Lettere da Iwo Jima invece ritrae l’altra parte. I giapponesi non erano solo più devoti alla patria, che amavano fino a procurarsi la morte invece di farsi prigionieri; avevano anche dei dubbi, nati magari dall’aver conosciuto il mondo occidentale. Noi tutti ricordiamo i kamikaze, ma c’erano anche altre persone, forse più ragionevoli, che evitavano la dottrina imperiale del suicidio per la normale voglia di vivere, di continuare, di vedere come va a finire, se non bastava la famiglia lasciata a casa. I giapponesi, come gli americani, non avevano dei vigliacchi tra di loro, era solo l’assurdità della guerra a trascinarli nel buio o tra i riflettori, senza cibo e acqua oppure con del gelato ricoperto di salsa di fragola, con dei commilitoni che impartivano ordini assurdi o cercavano di non pensare alla guerra.

Potete parlarmi dello sbarco del primo film, forse migliore di Salvate il soldato Ryan, ma io continuo a pensare all’assurdità della guerra.


Azioni

Information

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...




%d blogger cliccano Mi Piace per questo: