Romanzata. Wikipedia mi delude e dice che la vita del protagonista, David Helfgott, nel film è stata piuttosto romanzata: il concerto che ha segnato il bivio per il pianista non è stato poi così decisivo; inoltre sembra che ormai viva di rendita tramite quella famosa interpretazione del terzo concerto per piano di Rachmaninov (autore piuttosto interessante a dire il vero: quasi quasi mi do alla classica). A parte questo è un biopic normale, strutturato intorno a tre epoche diverse, tutte accomunate dall’amore e dalla predisposizione alla musica: c’è l’infanzia, mai trattata così bene in un film del genere, c’è la giovinezza in trasferta forzata a Londra, con i primi segni della malattia, e la maturità, in cui c’è una lenta rinascita, dopo che viene istituzionalizzato in un istituto psichiatrico. La costante di David è la musica, l’avrete capito, e lo accompagna sempre, a parte un periodo in cui il medico gli aveva imposto di stare lontano dallo strumento, ma forse erano solo timori esagerati del concertista. Da qui in poi sono venuti fuori due attori, non uno: Jeoffrey Rush, che per soliti canoni dell’Academy andava senz’altro premiato, e Noah Taylor, attore australiano che avrebbe raggiunto la fama dopo qualche anno per E morì con un felafel in mano. Quasi quasi lo conservo…

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